giovedì 26 maggio 2011

The tree of life - Recensione

USA 2011, 138''
Genere: drammatico
Regia di: Terrence Malick
Cast principale: Brad Pitt, Jessica Chastain, Sean Penn, Fiona Shaw, Joanna Going
Tematiche: famiglia, rapporto padre figlio, creazione, vita
Target: da 11 anni
Imperdibile
Jack O'Brian ricorda la sua infanzia trascorsa con la famiglia nel Texas, negli anni '50.

Frutto di un’elaborazione che dura da circa trent’anni, The Tree of Life (L’albero della vita) è l’opera più impegnativa di Terrence Malick, un regista che dai suoi esordi, nel 1973, ha diretto solo cinque film, lasciando trascorrere vent’anni tra il secondo (Il giorni del cielo) e il terzo (La sottile linea rossa), periodo nel quale ha insegnato filosofia all’università ed ha continuato a collezionare idee, immagini e riprese in parte rifluite in quest’ultimo film. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2011 (e accolto non senza perplessità dalla critica), The Tree of Life è un film accompagnato da una grande aspettativa, specie da quanti (e non sono pochi) considerano il regista, per i temi trattati e la profondità con cui li affronta, come un vero maestro, e non solo in senso cinematografico.
Il film affronta la vicenda degli O’Brian, una famiglia texana degli anni ’50, vista attraverso gli occhi e i ricordi di Jack, il figlio maggiore: l’amore per la madre (Jessica Chastain), l’affetto tra Jack e i suoi due fratelli minori, il difficile rapporto con un padre severo (Brad Pitt) che cresce i figli con affetto ma anche con durezza spropositata. Ma la vicenda, oltre a spostarsi temporalmente dal passato al presente, con la figura di Jack adulto (Sean Penn) che silenzioso percorre luoghi affollati e solitari della città e della natura, apparentemente alla ricerca di qualcosa che plachi un interno tormento, si intreccia con una visione di incredibile respiro. Malick inizia il film con una voce esterna che cita la differenza tra lo scegliere di vivere secondo natura o secondo la Grazia, l’istinto o la compassione, una visione materialistica o religiosa della vita. Intanto sullo schermo scorrono impressionanti immagini della Terra e dell’universo, vere o realizzate digitalmente, che accompagnate da memorabili brani di musica classica fanno ripercorrere allo spettatore la creazione del pianeta e dei cieli, della vita in terra e nel mare, in un viaggio cosmico e naturale difficile da descrivere, ma che colpisce e lascia attonito lo spettatore. Questo voluto susseguirsi di visioni della natura si intersecherà ancora più volte con la vita dei coniugi O’Brian, che vediamo crescere il primo figlio, poi all’arrivo degli altri due, in scene di gioia domestica e di felice convivenza dominate dalla sensibilità e dall’amore della madre per i propri figli. L’eco dei ricordi di Jack arriva ai momenti della crescita, quando iniziano i primi confronti col padre, il desiderio di affermare la propria personalità, le prime scelte sbagliate e la ricerca del perdono in chi è stato offeso. Da tutto il film trapela una dimensione trascendente della vita, l’esigenza dell’uomo di ricercare un senso ultimo delle cose, nella realtà e nella trama dei rapporti umani: ogni gesto, anche ostile, ogni manifestazione di affetto, magari incommensurabile come l’amore di una madre, non può – ripete il regista - bastare a se stesso. The Tree of Life è un poema; fatto di immagini, di scene, di racconto, di musica: a volte impetuoso, a volte delicato; non sempre di facile comprensione o fluido nella narrazione, vista anche la complessità delle scelte del regista. Ma, con i colori e pennelli tecnologici che il nostro tempo ci offre, con spirito poetico e impressionante sensibilità Malick tenta di mostrare che la speranza dei rapporti umani è che c’entrino veramente con le stelle.
Palma d'Oro al Festival di Cannes 2011.


Articolo tratto da Sentieridelcinema.it

lunedì 23 maggio 2011

I nati dopo il 1982: generazione Y

"Generazione Y”, così sono chiamati tutti i giovani che usano le ultime tecnologie, e più esattamente, coloro che sono nati dopo 1982.
Ma di che si tratta più esattamente? Si tratta di giovani che, inutile negarlo, sono dipendenti da internet e che sono stati sfamati da tv, cellulari, chat, facebook, e che (dicono gli esperti) non sono abituati ad affrontare le difficoltà sul lavoro, e tantomeno l'incertezza e i licenziamenti. Qualcuno dice che rischiano, e che devono adottare delle contromosse.
Una generazione di ragazzi oramai ventenni che non sono capaci di cavarsela da soli nelle situazioni difficili (così dicono i sociologi) e che, viziati fin dall'infanzia dai genitori, si aspettano che le cose nella vita vengano servite su un piatto d'argento e di avere sempre a disposizione tutte le tecnologie di ultima generazione.
Così la Generazione Y considera garantita la sicurezza del lavoro. E ora che l'economia sta andando male non sa che cosa aspettarsi e come affrontare i tempi difficili della vita aziendale. A differenza della generazione  del 'baby boom' (i quarantenni di oggi) e di quella (i trentenni), alla generazione Y manca il vantaggio del senno di poi…
Un fattore di notevole importanza è che questa generazione non tollera l'incertezza (pur essendo oggi il ventenne medio una persona molto incerta), dato che si tratta di ragazzi che sono cresciuti con la gratificazione immediata e che sono stati abituati ad avere tutto subito! Ed ecco che si vuole subito una risposta a tutto!
Afferma un sociologo inglese: “Più dell'80% ha un telefono cellulare, ma nessuno lo usa per fare telefonate, lo usa solo per mandare messaggi e le aziende che li impiegano si stanno accorgendo che quando devono fare un'intervista non sono in grado di sostenere una normale conversazione, perché sono abituati a vedere apparire le domande sullo schermo del cellulare”.
Scrivo l'articolo e ho ventitrè anni, e devo dire che non mi sento totalmente compreso dai sociologi, non condivido in pieno quello che dicono…Un po' è vero; siamo abituati ad avere tutto e spesso subito, i media influenzano molto il pensiero dei giovani, uniformandoli al pensiero dominante e questo causa incertezze che non di rado si tramutano in paure, ma… non mi sento di appartenere alla “generazioneY”.
Personalmente credo che dobbiamo imparare a promuovere noi stessi, a investire sulla nostra vita ed essere più proattivi nel definire il nostro sviluppo professionale; e, ancora, costruire delle vere amicizie e relazioni che poi sono quelle che dureranno nella vita e che ci serviranno!
Voi di che generazione siete?
Articolo tratto da Cogitoetvolo.it

domenica 1 maggio 2011

I dieci paradisi a rischio da visitare prima che sia troppo tardi

Le Everglades in Florida
Secondo alcuni scienziati, se il riscaldamento globale continuerà la Grande Barriera Corallina scomparirà entro il 2030 e i ghiacciai delle Alpi Svizzere, del monte Kilimanjaro e del Glacier National Park scompariranno in meno di 40 anni. Ma non sono le uniche meraviglie naturali da affrettarsi a visitare prima che sia troppo tardi. Il network americano Msnbc ha stilato una classifica dei dieci paradisi da vedere prima che siano distrutti.
BARRIERA CORALLINA DEL BELIZE – Uno degli ecosistemi corallini più originali al mondo ospita lo squalo balena, razze e lamantini, così come storioni, strombi e aragoste. La barriera corallina del Belize ha però riportato gravi danni nel 1998, con una perdita del 50 per cento dei suoi coralli in molte aree, inclusa gran parte dell’Acropora cervicornis che la rende unica.
BACINO DEL FIUME CONGO – Le foreste tropicali fluviali come quella del bacino del Congo producono il 40% dell’ossigeno mondiale e servono come una fonte vitale di cibo, medicine e minerali. Ma secondo l’Onu, se non si prenderanno misure efficaci fino ai due terzi della foresta, l’ambiente naturale e le sue piante uniche andranno perse entro il 2040.
MAR MORTO – E’ il punto più basso sulla Terra (1.312 piedi sotto il livello del mare) e ha dieci volte più sale dell’acqua marina (al punto che le persone possono galleggiarvi come tappi di sughero), e si ritiene che contenga dei minerali terapeutici. Negli ultimi 40 anni però, il Mar Morto si è ridotto di un terzo e si è abbassato di 80 piedi, pari cioè a 13 pollici l’anno. Tanto che diversi ristoranti e resort che in precedenza si trovavano in riva al mare, si sono venuti a trovare nel mezzo della terraferma fino a un miglio dalla costa.
EVERGLADES – Questa terra umida di 2,5 milioni di acri, situata in Florida, comprende paludi di cipressi, mangrovie e savane di pini. Una schiera di pericoli stanno mettendo a rischio queste fragili aree umide: l’inquinamento dalle fattorie, specie animali invasive e lo sviluppo invadente. Per non menzionare il fatto che il 60 per cento dell’acqua della regione è stata dirottata alle città e alle fattorie vicine.
MADAGASCAR – Oltre l’80% della flora e della fauna del Madagascar non si trova da nessuna altra parte del mondo, grazie a milioni di anni di isolamento nell’Oceano Indiano al largo dell’Africa. Ma se non si farà nulla per salvare la quarta isola più grande al mondo, le sue foreste scompariranno in 35 anni (dalle 120mila miglia quadrate di un tempo si sono già ridotte a 20mila), e con loro gli animali unici al mondo che le abitano.
MALDIVE – La nazione è ricca di barriere coralline e 
pesci a rischio estinzione, come gli enormi Pesce Napoleone, lo squalo leopardo e circa 250 razze giganti. Pochi scienziati conservano però molta speranza per le Maldive, che sono la nazione con l’altitudine sul livello del mare più bassa al mondo. Soprattutto se il riscaldamento globale continuerà a sciogliere le calotte glaciali e alzare i livelli del mare.
I POLI – I fenomeni naturali qui sono unici e suggestivi: iceberg torreggianti, aurore boreali e animali maestosi, come pinguini, orsi polari e balene. Ma il Woods Hole Oceanographic Institute, il gruppo di ricerca non profit sugli oceani più grande a livello mondiale, ha annunciato che l’80% della popolazione del pinguino imperatore dell’Antartico morirà, e che il resto è a rischio estinzione, se il riscaldamento globale continuerà.
RAJASTHAN-RANTHAMBORE – L’area indiana è uno dei posti migliori al mondo per vedere le tigri. La popolazione mondiale di tigri è crollata però a 3.200 unità, la maggior parte delle quali vivono in India. E se non saranno intrapresi sforzi estremi, il grande felino potrebbe essere estinto nell’arco di pochi decenni, e forse addirittura in soli 12 anni.
FORESTA PLUVIALE DI TAHUMANU’ – In quest’area del Perù vivono pappagalli, macachi, e altre creature a rischio estinzione come armadilli giganti, gattopardi, giaguari e lontre. Questa magnifica foresta pluviale nella regione chiamata Madre de Dios ospita alcuni degli ultimi mogani a crescita antica nel Sud America. Ma ora l’abbattimento illegale di alberi sta distruggendo la foresta pluviale.
BACINO DEL FIUME YANGTZE – Le creature esotiche come i panda giganti, la pecora azzurra nana, la neofocena dello Yangtze e le gru siberiane chiamano casa questa regione, insieme a 400 milioni di persone. E’ troppo presto per ora conoscere l’esatto impatto della creazione della massiccia diga Three Gorges da 24 miliardi di dollari, ma in molti, incluso il governo cinese, hanno riconosciuto che la regione del bacino dello Yangtze corre il rischio di perdere la sua unica vita acquatica e animale.

Articolo tratto da IlSussidiario.net

Giovanni Paolo II proclamato beato

domenica 24 aprile 2011

Habemus Papam - recensione

SCHEDA
Habemus Papam () - [2011, Italia]
Interessante
Genere: Commedia
Durata: 104'
Regia di: Nanni Moretti
Cast principale: Michel Piccoli, Nanni Moretti, Margherita Buy,Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli,Gianluca Gobbi
Tematiche: fede, Papa, Chiesa, responsabilità, fuga
Target: da 14 anni

Eletto Papa, un anziano cardinale – spaventato dall’enorme compito – cade in depressione.
RECENSIONE
L’inizio fa ben sperare. La salma esposta in San Pietro, appena intravista, di un Papa defunto e i conseguenti funerali in immagini di repertorio (relative alla morte di Giovanni Paolo II, nel 2005), e poi – passando alla finzione – un gruppo di cardinali in processione. Sempre con solennità e rispetto, che introducono a qualcosa di sacro o comunque misterioso. Ma man mano che si procede il misterioso lascia spazio all’enigmatico, e l’accento si sposta sulla garbata ironia, anche se il rispetto non manca mai per quella entità potente e fragile, diffidente e fatta di persone umanissime come la Chiesa (vista però più nell’accezione del suadente ma minaccioso “potere vaticano”).
L’attesissimo Habemus Papam di Nanni Moretti prende le mosse dall’epilogo imprevisto di un Conclave, alla fine del quale viene eletto non uno dei favoriti ma l’anziano cardinale francese Melville (interpretato da Michel Piccoli, che recita in italiano grazie alla lunga consuetudine con il nostro cinema). Attorniato da colleghi cardinali che pregano Dio di non essere scelti, l’eletto al soglio pontificio sembra subito smarrito; come da tradizione, gli viene chiesto se accetta il gravoso compito che Dio gli assegna. E lui, quasi in trance accetta. Salvo crollare poco dopo, ormai vestito da Papa e a due passi dal balcone dove deve mostrarsi alla folla. La proclamazione sta per avvenire, l’“Habemus Papam” pronunciato… Ma, nello sbigottimento generale, il Papa non esce.
Moretti racconta il crollo umano, umanissimo di una persona che si trova in una situazione più grande delle proprie forze. Il Papa/Melville si chiede, sconvolto, dove siano le capacità che Dio vede in lui (“Le cerco e non le trovo"), viene incoraggiato dai cardinali, viene assistito da uno psicanalista. Ma tutto sembra inutile. Il desiderio di scappare, in senso proprio e in senso lato, sembrano prendere il sopravvento. E riemergono desideri del passato, come recitare. Intanto, ai cristiani in attesa si dichiarano pietose bugie per prendere tempo. E cardinali e psicanalista bloccati in Vaticano lo ingannano, il tempo, tra discussioni di varia natura, partite a carte, tornei di pallavolo…
Il regista romano osserva elezione e crollo del Pontefice senza preoccupazioni storiche di alcun tipo: le allusioni all’“amatissimo predecessore” ovvero papa Wojtyla ci sono ma rimangono vaghe, il riferimento al gran rifiuto di Celestino V è escluso esplicitamente da Moretti, che torna a occuparsi di un uomo di Chiesa a 25 anni da La messa è finita. E anche questa volta sembra usare la condizione religiosa come forma estrema ideale per la narrazione, per vedere il personaggio scelto (là il giovane prete da lui interpretato, qui l’anziano Papa spaventato di Michel Piccoli) in una situazione che lo mette in crisi. Per quanto accurato e senza grossi errori (il Vaticano non ha concesso i sacri Palazzi, ma la Cappella Sistina – per quanto inquadrata solo parzialmente – è stata ricostruita a Cinecittà, e altri ambienti sono stati adattati da antichi edifici romani), il film descrive una realtà misteriosa come il Conclave e la Chiesa stessa ma senza cogliere il Mistero. Perché non c’è interesse a mostrarlo. Scelta legittima, perché appunto al narratore è l’umano che interessa e non il divino. La sua attenzione è sull’inadeguatezza umana, di un Papa come di un qualsiasi uomo (psicanalista compreso). Però se in La messa è finita il “gioco” era più lieve e più serio, più profondo, e toccava davvero corde universali (il dolore per la perdita, lo smarrimento per la dolcezza dell’infanzia che si tramutava in amarezza) da poter accettare che la “tonaca” fosse solo un espediente narrativo, qui l’insistenza e il contesto schiacciano comunque l’intenzione di non limitarsi a parlare di un Papa ma dell’uomo. C’è un che di fin troppo premeditato anche nelle scelte sulla carta più interessanti (il rapporto tra il Papa in fuga e una compagnia teatrale che porta in scena Il gabbiano di Cechov). E lo spunto iniziale sembra troppo grande e troppo esile al tempo stesso: succedono tante cose, dopo quel che vi abbiamo raccontato, ma niente di veramente significativo (il torneo di pallavolo, che inizialmente strappa sorrisi, occupa troppo spazio e alla lunga irrita). A parte un finale più prevedibile di quel che si dica.
Le qualità del film stanno negli aspetti più schiettamente cinematografici: nella cura per certi dettagli visivi; nella direzione degli attori (un cast magnifico, anche se sono pochi i nomi popolari: su tutti, oltre a Piccoli (che però ricorda, non poco, l’attore di teatro che interpretava in Ritorno a casa di Manoel De Oliveira), il polacco Jerzy Stuhr e i “cardinali” Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile; in alcune scene surreali, segno stilistico che ricorda il miglior Moretti del passato (i cardinali che si muovono a ritmo di musica…) come anche certe situazioni irresistibilmente comiche (per esempio la guardia svizzera che fa da controfigura); ma ogni tanto la misura si smarrisce, e l’effetto si annacqua. Tra i punti deboli: Margherita Buy ha un ruolo indefinito e Moretti come attore è al tempo stesso marginale (come nel Caimano) e ingombrante; tanto che quel professor Brezzi non sembra il “miglior psicanalista” chiamato in Vaticano, ma il regista stesso che irrompe in quel contesto e non trova di meglio che gigioneggiare (nel torneo di pallavolo) e strizzare d’occhio al suo pubblico. Con battute tra l’autocritico e l’autoelogiativo (“Sono il più bravo? È una condanna, me lo dicono tutti”) che finiscono per essere stranianti e stridenti per i non “morettiani”; e dialoghi solo accennati ai massimi sistemi (il darwinismo, l’inferno) che accrescono la sensazione di banalizzazione. In definitiva: un film interessante, a tratti affascinante, ma non del tutto riuscito. Moretti, in passato, ha fatto molto meglio.

Articolo tratto da Sentieridelcinema.it

sabato 23 aprile 2011

Buona Pasqua!


AUGURI DI UNA PASQUA PIENA DI SERENITA' E AMORE A TUTTI I LETTORI DI PUELLA STULTA

giovedì 21 aprile 2011

Pasqua, il Passaggio

Con la Risurrezione di Gesù cambia tutto.
Il senso della vita, della storia,
del nostro agire quotidiano.
Perché se la morte è vinta,
allora, l’uomo ha una dignità infinita.










Pasqua, sacrificio dell’agnello
Come riferiscono i Vangeli, Gesù è morto crocifisso intorno all’anno 30, a Gerusalemme, all’inizio della Pasqua ebraica. Il fatto che sia morto proprio in occasione di questa festa ha un preciso significato.
Al tempo di Gesù, una volta all’anno gli ebrei si riunivano nel tempio di Gerusalemme, in cui offrivano agnelli in sacrificio per festeggiare la liberazione dei loro antenati dal paese d’Egitto, avvenuta circa milleduecento anni prima. Questo avvenimento è raccontato nel capitolo 12 dell’Esodo: una notte, gli israeliti (che erano schiavi degli egiziani) cosparsero gli stipiti delle loro porte con il sangue degli agnelli che avevano sgozzato. Questo sangue li protesse dalla maledizione divina che colpì i primogeniti degli egiziani. Vedendo questo dramma che colpiva il suo popolo, il faraone autorizzò gli ebrei a lasciare il paese, perché li considerava responsabili di questa maledizione. Gli ebrei fuggirono subito, guidati da Mosè, per procedere verso la terra promessa. Così, in questo avvenimento dell’Antico Testamento, Dio fa passare il suo popolo dalla schiavitù a una nuova libertà.
Gesù, il nuovo Agnello
Come ci riferiscono i Vangeli, Gesù è stato imprigionato a Gerusalemme all’inizio della grande festa di Pasqua. È stato condannato dalle autorità romane e crocifisso. È morto e il terzo giorno è risuscitato. Giovanni lo presenta dunque come l’”Agnello di Dio” (Gv 1,29). Un’espressione decisamente curiosa! Forse l’evangelista si è ispirato al Canto del servo sofferente, il poema nel quale il profeta Isaia descrive il destino di un uomo che offre la propria vita assumendo su di sé le sofferenze e gli errori degli altri e somiglia a “un agnello condotto al macello” (Is 53,7). Giovanni propone certamente anche il parallelismo con gli agnelli offerti in sacrificio al tempio il giorno di Pasqua. Questi agnelli, che ricordavano agli ebrei la liberazione del loro popolo a opera di Dio, erano il simbolo di una protezione contro la morte. Analogamente, Gesù, Agnello di Dio, ci protegge con il suo sangue dalla morte eterna. Gesù è dunque il nuovo Agnello che ha offerto la sua vita liberamente, per amore verso suo Padre e verso il mondo.
Come Dio ha fatto passare il suo popolo dalla schiavitù in Egitto alla terra promessa, così Gesù fa passare il suo popolo dalla morte alla vita. Grazie alla morte e alla Risurrezione di Gesù, l’uomo è liberato dal male, o dal peccato, cioè da una vita senza speranza che lo separa da Dio. Se desidera, ora l’uomo può procedere sulla strada dell’amore, amando Dio e il suo prossimo.
Era necessario che Cristo morisse così?
Gesù, che era venuto ad annunciare la Bella Notizia improntata all’amore, è stato condannato a morte e crocifisso come un malfattore. La sua missione si è dunque rivelata un fallimento? Alcuni discepoli si posero questa domanda subito dopo la morte di Gesù. Infatti, Luca presenta il resoconto del momento in cui due discepoli procedevano da Gerusalemme a Emmaus, un villaggio distante circa 30 km dalla città (Lc 24,13-35). Allora appare loro Gesù risorto per camminare con loro, ma essi non lo riconoscono, perché «i loro occhi erano come accecati». E i due discepoli confidano a quello sconosciuto tutta la loro delusione: com’è possibile che Gesù, «un profeta potente davanti a Dio e agli uomini», sia finito così? Ma «il Messia non doveva forse soffrire queste cose prima di entrare nella sua gloria?». Gesù spiega che la morte del loro maestro ha un senso, che egli ha obbedito alla necessità imperiosa di andare fino in fondo alla sua missione, che consisteva nel rivelare agli uomini la gloria di Dio. Di sera, una volta arrivati a Emmaus, i due discepoli invitano l’uomo a condividere la cena con loro. E, appena benedice il pane, riconoscono Gesù. Pieni di meraviglia, tornano allora a Gerusalemme per annunciare la Bella Notizia agli altri discepoli.
L’Ultima Cena di Gesù
In che modo questi due pellegrini hanno potuto riconoscere Gesù? Di fatto, questo brano allude a un altro avvenimento: l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli. Ricordiamo infatti che Gesù fu arrestato uno o due giorni prima della Pasqua ebraica, nell’anno 30 o 31. Gli ebrei si preparavano a celebrare con una cena questa grande festa (cf p. 262). Giovedì sera, Gesù, sapendo che stava per essere arrestato, condivise il pane e il vino con i suoi discepoli. L’unica differenza rispetto al pasto degli ebrei fu l’assenza dell’agnello. Dopo aver spezzato e benedetto il pane, Gesù disse: «Questo è il mio corpo, che viene offerto per voi. Fate questo in memoria di me». Poi offrì ai discepoli il calice del vino pronunciando queste parole: «Questo calice è la nuova alleanza che Dio stabilisce per mezzo del mio sangue offerto per voi» (Lc 22,19-20). Gesù annunciò così il senso della sua morte sulla croce: è una Pasqua, il passaggio dalla morte alla vita.
Cristo è risorto
«Gesù è risorto», afferma il Vangelo. Questo è il cuore della fede cristiana. Ma chi sono i primi testimoni ad aver incontrato Gesù dopo la sua Risurrezione?
Intervista a François Brossier, esperto dei Vangeli
Che cosa è accaduto il terzo giorno dopo la morte di Gesù? Che cosa hanno visto le donne? E i discepoli?
La prima immagine che ci viene data della Risurrezione è quella del vuoto. I quattro Vangeli lo dicono espressamente: i primi testimoni che si recano alla tomba, il primo giorno della settimana, non trovano il corpo di Gesù. Evidentemente la pietra che chiudeva l’ingresso del sepolcro è stata spostata e all’interno rimangono solo i lini in cui era stato avvolto il corpo di Gesù. Ma chi sono questi testimoni? I quattro Vangeli affermano che Maria di Magdala, o Maria Maddalena, si è recata molto presto al sepolcro, prima del sorgere del sole. Secondo gli evangelisti Matteo, Marco e Luca, era accompagnata da una o due altre donne. Giovanni all’inizio del suo resoconto afferma che Maria Maddalena si è recata al sepolcro molto presto, ma, quando scopre che la tomba è vuota, va ad avvertire due discepoli, Pietro e “l’altro discepolo, il prediletto di Gesù” (Gv 20,2), i quali vi si precipitano. Il discepolo che accompagna Pietro arriva prima e “si china a guardare i lini giacenti a terra”, ma non entra nel sepolcro. Pietro vi entra e vede i lini e il sudario che copriva la testa, da una parte, piegato, ma non dice nulla su ciò che prova. Finalmente l’altro discepolo decide di entrare e allora “vide e credette” (Gv 20,8). Che cosa vede? Che il segno della tomba vuota testimonia della Risurrezione di Gesù.
Il figlio della vedova di Naim (Lc 7,11-15) e Lazzaro (Gv 11,1-44), quando Gesù li risuscita, riprendono la loro vita tra gli uomini?
Sì. Quando Gesù le risuscita, queste persone tornano in vita e riprendono la loro esistenza terrena. Questi due miracoli somigliano a una rinascita, o “reviviscenza”. Il caso di Gesù è diverso, perché, dopo la sua Risurrezione, va dal Padre. È infatti venuto a mostrare agli uomini che dopo la morte rinasceranno a una vita nuova presso Dio.
Con quali parole viene designata la Risurrezione nei primi scritti cristiani?
La Risurrezione è designata in tre modi. Si dice che Gesù è stato “destato” e “risuscitato” dai morti. E, per mostrare che il Risorto non ricomincia la sua antica vita di uomo, ma sale verso Dio, si usa il termine “esaltato” o “glorificato”. Così, negli Atti degli Apostoli si può leggere: «Dio ha manifestato il glorioso potere di Gesù, suo servo» (At 3,13). E san Paolo afferma: «Dio lo ha innalzato sopra tutte le cose e gli ha dato il nome più grande» (Fil 2,9). Poiché credono in Gesù risorto, i cristiani lo chiamano “Signore”, un nome finora riservato a Dio nella religione ebraica. Riconoscono dunque che Gesù esercita la sovranità di Dio stesso. È questo il significato della formula: «È seduto alla destra di Dio».
Che cosa significa “risorto”?
Gesù è passato a un’altra vita: ora è in cielo presso il Padre ed è vivo tra noi. Per aiutarci a comprendere meglio la Risurrezione, ci viene data una nuova immagine: quella delle apparizioni di Gesù. Infatti, Gesù appare a Maria Maddalena nella tomba e lei non sa chi Egli sia. Inizialmente lo scambia per il giardiniere e gli chiede dove abbia messo il corpo di Gesù. Nel momento in cui l’uomo la chiama per nome: «Maria!», ella riconosce Gesù, nel cuore della relazione personale che aveva con lui (Gv 20,11-18). Lo stesso giorno, Cristo si manifesta a due altri discepoli che vanno a piedi da Gerusalemme a Emmaus (Lc 24,13-35; Lc 16,12), i quali, però, lo riconoscono solo alla fine del percorso, quando, durante la cena, benedice il pane. Secondo questi due testi, il Risorto può essere riconosciuto solo con gli occhi della fede. Non si giunge a riconoscerlo subito: ancora oggi, come accadde ai discepoli di Emmaus, riconosciamo Cristo risorto nella meditazione delle Scritture e nella frazione del pane (eucaristia) e con l’aiuto dello Spirito.
Che cosa garantisce ai primi testimoni che Colui che vedono sia proprio Gesù vivo?
Tommaso, uno dei discepoli, si è posto questa domanda molto prima di noi. Quando i suoi amici affermano che hanno visto il Risorto la sera del primo giorno della settimana, egli rifiuta di credere. Ed esige prove concrete: «Se non vedo il segno dei chiodi nelle sue mani, se non tocco col dito il segno dei chiodi e se non tocco con la mia mano il suo fianco, io non crederò» (Gv 20,24-29). Una settimana dopo, Gesù si manifesta di nuovo ai suoi discepoli e si rivolge così a Tommaso: «Metti qui il dito e guarda le mani; accosta la mano e tocca il mio fianco. Non essere incredulo, ma credente!». Subito Tommaso riconosce Gesù. E il Signore aggiunge: «Tu hai creduto perché hai visto; beati quelli che hanno creduto senza aver visto!» (Gv 20,27-29).
È necessario credere nella Risurrezione per essere cristiani?
Sì. Anche se oggi molti cristiani affermano che non ci credono… Vediamo però che cosa ci dice san Paolo: «E se Cristo non è risuscitato, la nostra predicazione è senza fondamento e la vostra fede è senza valore» (1Cor 15,14). Un’intera vita, però, non ci basta per scoprire questo mistero.
Gesù è vivo in ogni persona, ma può essere nel cuore degli assassini, dei ladri…?
Sebbene possa sembrare strano, Gesù è vivo in ogni persona, anche in chi compie il male ed è dominato da pulsioni distruttive, o dal peccato. Solo Dio può giudicare. Noi sappiamo però che è un vivo di misericordia e di perdono. Siamo dunque invitati a posare su ogni peccatore (e anche su di noi) uno sguardo lucido, ma che non chiude l’uomo nel suo errore. Come dice san Giovanni in una delle sue lettere: «Non avremo più paura davanti a Dio. Anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 3,19-20).
Risorgerò dopo la mia morte?
La Risurrezione di Gesù ci invita a credere che rinasceremo a una vita nuova nella nostra condizione di uomini e donne. Così, attraverso la potenza dello spirito di Dio, il nostro corpo diventerà spirito e sarà incorruttibile o indistruttibile. Mentre l’involucro del nostro corpo terreno andrà in polvere, il nostro corpo spirituale o “glorioso” conserverà tutti i segni di ciò che avremo vissuto in questa vita, ma non sarà più dominato da necessità naturali come bere, mangiare, dormire, né del peccato, inteso come il bisogno di dominare gli altri, di mentire… È quella che la tradizione cristiana chiama “Risurrezione della carne”. Tutto il nostro essere sarà orientato verso l’amore.
Quale prova abbiamo della Risurrezione di Cristo?
Nessuna. La Risurrezione non è un avvenimento che si possa verificare storicamente. È però attestata dalla testimonianza dei primi discepoli, come ci riferiscono i quattro Vangeli.
Allora, come possiamo credere a un avvenimento che non è certo?
La Risurrezione è un fatto certo, ma lo è dal punto di vista della fede, non della scienza. Nessuno è obbligato a credere, ma dobbiamo sapere che gli apostoli e i cristiani dei primi secoli sono stati spesso perseguitati a causa della loro fede. Molti di loro sono morti martiri per amore di Cristo. Se avessero considerato la Risurrezione come una vaga ipotesi filosofica, non sarebbero giunti a tanto. Possiamo fondare la nostra fede sulla loro testimonianza.
Come posso incontrare Gesù risorto oggi?
Possiamo incontrarlo leggendo i rileggendo i Vangeli, ad esempio i passi che vanno dalla passione alla Risurrezione. Questi testi portano a comprendere che il Risorto è vivo tra noi. In altri termini, possiamo trovarlo nel nostro cuore e parlargli come a un amico, che ci ama davvero e al quale possiamo confidare ogni gioia e ogni dolore, perché è passato attraverso l’esperienza della sofferenza e della morte. Può accompagnarci nella nostra vita di ogni giorno in modo discreto e molto reale, se lo ascoltiamo a poco a poco nel silenzio. Ma impariamo a conoscerlo anche tramite l’incontro con gli altri, perché Gesù è all’opera oggi nell’umanità, in tutti gli uomini e le donne che danno la vita per costruire un mondo più giusto, un mondo migliore.



Articolo tratto da Dimensioni Nuove